In questi giorni di inverno mediterraneo, come ogni anno d'inverno, riprendo in mano il dottor Zivago" di Pasternàk.
L'edizione è la prima, Feltrinelli 1957, e nella nota introduttiva dell'editore viene spiegato che Pasternàk ha terminato il libro da più di tre anni, che ha raggiunto un accordo con la casa editrice ma che in seguito alle difficoltà sorte in URSS ha chiesto la restituzione del manoscritto, manifestando il desiderio di rivederlo. Conoscendo come si sono poi svolti i fatti, ho trovato... interessante la reazione dell'editore, che dice: "Ci siamo però trovati nell'impossibilità di accedere al desiderio dell'autore in quanto il libro era già in avanzato stato di lavorazione e pronto per la stampa anche in altri paesi, e non ci sono d'altra parte pervenute in tempo le modifiche che l'autore intenderebbe apportarvi."
Il libro verrà dunque pubblicato nella sua originale stesura e, la conclusione dell'editore, è in un certo senso fulminante:
"Riteniamo che questa edizione del Dottor Zivago torni non solo ad onore dell'Autore ma della letteratura stessa alla quale appartiene."
A me il Dottor Zivago piace tantissimo e ho pensato di parlarne oggi per inaugurare una nuova rubrica di questo blog intitolata dedicata alle stagioni così come le descrivono i grandi della letteratura.
Perché la letteratura non è solo letteratura e una stagione non è solo una stagione...
"C'erano quiete sere invernali, grigio chiaro, rosa scuro. Nel crepuscolo luminoso si delineavano le nere cime delle betulle, sottili come segni grafici. sotto la trama grigia della leggera crosta di ghiaccio neri ruscelli scorrevano tra rive formate da bianchi cumuli di neve, corrosi in basso dalla scura acqua corrente. Una sera simile, di gelo, d'un grigio trasparente, da far dolere il cuore, che faceva pensare alle fronde del salice, stava appunto per scendere a Jurjatin, dinanzi alla Casa con le figure." (pp. 494-495).
"Un silenzio assorto, colmo di felicità, che riverberava dolcemente la vita, circondava Jurij Andrèevic. La luce della lampada cadeva con un giallo tranquillo sul biancore dei fogli e con un riflesso dorato nuotava sulla superficie dell'inchiostro, all'interno del clamaio. Fuori della finestra, stava l'azzurra notte invernale, di gelo. Jurij Andrèevic passò nella stanza accanto, fredda e non illuminata, da cui si vedeva meglio l'esterno, e guardò dalla finestra. La luce della luna piena fasciava la pianura nevosa con la vischiosità tangibile dell'albume o della biacca. Dinanze all'indescrivibile sontuosità della notte di gelo, si sentì invadere l'anima da tutte le cose. Tornò nella stanza illuminata e calda, e si accinse a scrivere."(p.568)
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